Bruno Stefani

Sin da giovane fece pratica come fotografo presso alcuni studi della sua città natale, di Vicenza e Bologna e non abbandonò la macchina fotografica neanche durante il servizio di leva. Nel 1925, a causa dei frequenti scontri con gruppi di fascisti e della forte conflittualità locale decise di trasferirsi a Milano, che divenne presto sua città d’adozione e protagonista di innumerevoli scatti. Qui iniziò a collaborare con la casa editrice Rizzoli e con gli studi Camuzzi e Aragozzini. Nell’aprile del 1930 – insieme a Giuseppe Cavalli, Secco D’Aragona, Ferruccio Leiss, Alfredo Ornano, Giò Ponti, Emilio Sommariva e Federico Vender – fu tra i fondatori del Circolo fotografico milanese (CFM) che, nel corso degli anni, promosse importanti mostre favorendo, al contempo, i rapporti tra autori della fotografia nazionale ed europea. Il 1931 segnò l’inizio della sua trentennale collaborazione con il Touring club Italiano (TCI) – esperienza che lo condusse in tutta la penisola italiana e all’estero – mentre la rivista Luci ed ombre pubblicò alcuni suoi scatti, e così per diversi anni consecutivi. Sul numero del 1932 le sue foto furono tra quelle citate per il «pregio del taglio» che «è particolare vocazione richiesta al fotografo e singolare necessità della sua arte». Sempre nei primi anni Trenta iniziò a collaborare con La rivista illustrata del Popolo d’Italia, edita da Alfieri e Lacroix. Nel 1933 avviò un’altra preziosa collaborazione, con il neonato studio di Antonio Boggeri, destinato a imporsi come uno dei principali studi pubblicitari in cui grafica, fotografia, e design convivevano forti dell’esperienza del Bauhaus. Dalle immagini di Stefani trapela un chiaro interesse per le avanguardie, specie per autori quali László Moholy-Nagy: diagonali, tagli netti, punti di vista estremi; la sua però non è solo ricerca di una visione inedita ma a questa dimensione se ne affianca un’altra, quella delle foto in cui ritrae momenti di pausa, di svago, pervase da una certa intimità e quotidiana umanità.