Carla Cerati

Carla Cerati comincia a fotografare verso la fine degli anni 50. Dopo anni di lavoro come sarta, Cerati scopre la fotografia, mezzo che inizia ad esplorare in ambito famigliare, ritraendo i suoi bambini e la sua cerchia di amici. Riconoscendo il suo talento, il padre le vende una delle sue macchine fotografiche professionali – una Rollei – che Cerati pagherà a rate e con la quale scatterà le sue prime pellicole professionali. Nel 1960, Cerati chiede il permesso di fotografare le prove dello spettacolo Niente per amore, messo in scena da Franco Enriquez, al Teatro Manzoni di Milano. Le sue foto piacciono a Enriquez, il quale gliene chiede subito alcune da dare in stampa ai giornali. Nel corso degli anni 60, la giovane fotografa esplora il mondo a lei circostante, presentando poi le sue fotografie ai maggior periodici illustrati del tempo, quali L’Illustrazione Italiana, Vie Nuove, L’Espresso, Du, Leader. Guidata dalla sua curiosità e dal suo occhio critico, Cerati fotografa la gioventù degli anni 60, i volti e i luoghi del settore industriale, l’alluvione a Firenze nel ’66, una Milano in pieno cambiamento. Istintivamente attratta dai volti delle figure culturali del tempo, Cerati diventa un’assidua frequentatrice della Libreria Einaudi di via Manzoni a Milano, dove – silenziosamente muovendosi fra la folla – ritrae i più grandi nomi del mondo culturale italiano del Dopoguerra, fra cui Gillo Dorfles, Umberto Eco, Salvatore Quasimodo, Lamberto Vitali, Elio Vittorini. Verso la fine degli anni ’60 e col sorgere della tensione degli anni 70, la fotografia di Cerati acquista un taglio decisamente sociale e politico. Nel 1968, collaborando con Franco Basaglia, Cerati si propone per documentare con la sua macchina fotografica la situazione dei manicomi italiani: l’esperienza darà nascita ad alcune delle foto più importanti di tutta la sua carriera. Insieme al fotografo Gianni Berengo Gardin, Cerati pubblicherà le sue foto nel libro-documento Morire di Classe, curato da Basaglia stesso e dalla moglie Franca e pubblicato nel 1969 da Einaudi. Con la loro testimonianza fotografica, Cerati e Gardin vinsero il Premio Palazzi per il Reportage nel 1969.