Luciano Bartolini

“ La macchia mi ha sempre affascinato per una sua particolare vitalità; si può fare una macchia metafisica o una macchia espressionista, ed essa può esistere in modo autonomo o può coesistere con altre come elemento di linguaggio. Quando poi varie macchie vengono concatenate dal segno o rapportate dal colore, tra di esse nasce e si sviluppa una latente tendenza a svincolarsi ed attrarsi, o a coagularsi saldamente in agglomerati, a sovrapporsi e ad allontanarsi, a suggerire o reclamare altre macchie ed altre forme in un continuo e aleatorio espandersi dello spazio pittorico. Nella mia pittura c’è sempre quell’ assoluta disponibilità, già tanto cara agli Informali, ad assecondare queste tendenze cinetiche elementari, ma, non condividendo appieno l’ ottimismo di Saura, cerco di capire di quanto può essere ridotto questo procedimento, cioè di scoprire e di eliminare quanto vi è di ridondante in questo stupefacente meccanismo, senza arrestarlo e senza compromettere così la vita interna del dipinto. A valle di questo procedimento sintattico c’è quello della composizione sulla quale lavoro con un più deciso intervento, frenando o arginando queste tendenze nelle direzioni più ostili, smorzando contrasti con interventi tonali e talvolta trasformando localmente alcuni agglomerati in più concrete e definite configurazioni plastiche. Finisco di dipingere quando il risultato raggiunto mi avverte di un senso di una configurazione ritmica e cromatica e di un’ equilibrio compositivo che si è finalmente stabilito fra la figura e lo spazio residuo sulla tela. Nascono così i miei soggetti: strani ed acuti meccanismi biomorfi mimetizzati su fondi monocromi da cui sembrano estrarre forza per vivere e muoversi, aggregati arcaici di segni e forme che sembrano evocare indecifrabili figurazioni totemiche antiche, cariche talvolta di un’aggressività di origine probabilmente più inconscia che generata da un mio radicale rifiuto della civiltà della macchina. Ma è l’idea, più del soggetto, che mi attrae. Così non è la macchina in sè che mi interessa, ma il modo e la procedura con cui si è andata sviluppando nel suo organizzarsi in modo armonico a partire dalle forme elementari che ne costituiscono l’ alfabeto. “

“Al di là delle sue premesse ideologiche il movimento informale aveva dimostrato, forse per la prima volta così chiaramente, che l’ ambiguità dei segni e delle forme rendeva possibili in modo sorprendente fruizioni mutevoli, a ciascuna delle quali l’ opera poteva risultare sempre diversa. All’ idea di un’ opera, di per sé non chiusa e conclusa, ma aperta a possibilità di più conclusioni coerenti, corrisponde quella di un fruitore attivo che, col suo intervento, che in questo senso è anche intervento creativo, conclude l’ opera rimuovendone il suo fondamentale stato di ambiguità. E’ da notare a questo proposito, che il pensiero scientifico moderno ci ha abituati ad un concetto simile, secondo il quale l’ osservazione sperimentale perturba il fenomeno e la misura ottenuta è quella dello stato in cui il fenomeno è stato costretto da questa. Così l’ opera aperta si chiarisce in un preciso significato solo in seguito al confronto che l’ osservatore ne fa col proprio repertorio di stati d’ animo; ma questi stati d’ animo sono a loro volta lo specchio dei tempi in cui l’ opera è stata concepita e di cui è testimonianza. Fare pittura, o poesia, significa dunque, oggi come sempre, vivere il mondo, confrontarsi con esso, fare affiorare i dubbi dell’ uomo e tentare di esorcizzare l’ inquietudine che ne deriva attraverso l’ impegno poetico. Credo perciò che ogni pittore sia sopratutto una persona, profondamente dubbiosa, che, col suo lavoro e la sua ostinazione ha sviluppato dentro di sé delle forze che lo spingono ad esprimersi in un fantastico ed ostinato processo di chiarificazione interiore. Spero che queste premesse spieghino la sostanziale irriducibilità delle mie figure a modelli oggettivi e giustifichino la mia sensazione che questi modelli costituiscano sempre un ostacolo al libero espandersi della fantasia. Quando guardo una delle mie figure mi piace allora immaginarla come una parte di un complesso e sconosciuto disegno, oppure come un frammento di una ignota macchina, a volte anche strana e minacciosa, di cui solo i particolari mi sono col tempo divenuti familiari fino all’ inverosimile; altre volte può invece sembrarmi una parte di un assurdo monumento elevato a qualche divinità tecnologica del nostro secolo. Ma di queste figure sono solo le comuni stranezze, queste loro ambiguità e talvolta apparenti assurde aggressività che mi interessano, perché sono i caratteri riferibili alla nostra reale vita quotidiana. E’ dunque in questi territori, entro questi confini, forse volutamente vaghi e mutevoli , che la mia pittura cerca una sua ragione d’ essere, una sua vita ed una sua realtà.”